Le esigenze della Dottrina Sociale della Chiesa

 

di Stefano Fontana (seconda parte)

Dal quadro qui sinteticamente presentato deriva che la Dottrina sociale della Chiesa è stata la grande assente in questa epoca di pandemia. Essa è stata sostituita da un approccio pastoralista che tende per sua natura a scavalcare il piano dottrinale dato che per esso le verità e le regole di comportamento nascono dall’interno dei processi anziché precederli. Il pastoralismo non è solo una pastorale è una teologia e quindi si può dire, come meglio spiegherò in seguito, che l’assenza della Dottrina sociale della Chiesa in questa fase di emergenza è conseguenza della nuova teologia[1].

La Dottrina sociale della Chiesa innanzitutto sarebbe stata utile per conoscere realisticamente il fenomeno epidemico. Essa è infatti un sapere interdisciplinare teologicamente orientato[2] in grado di conoscere i fenomeni sociali nelle loro molteplici valenze. Le valutazioni degli “scienziati” sono fragili proprio per il carattere ipotetico delle scienze, spesso i governi adoperano i pareri degli scienziati che sono favorevoli alle loro politiche e trascurano quelle degli altri, la raccolta dei dati è dipendente dai criteri adoperati che spesso sono politici e non scientifici[3] e quando anche fossero scientifici sarebbero comunque sempre relativi, i decessi denunciati non possono essere attribuiti tutti al Covid e la politica e i media hanno palesemente gonfiato il numero dei morti, tali decessi sono stati causati dalla insufficienza delle strutture sanitarie più che dal virus, terapie alternative efficaci sono state volutamente escluse per motivi politici, il vaccino che si vuole a tutti i costi costruire risponde più a esigenze economiche e politiche che non sanitarie. La Dottrina sociale della Chiesa avrebbe voluto che questi fenomeni fossero conosciuti e affermati per quello che sono, per un dovere di verità prima di tutto. Invece la Chiesa e il mondo cattolico spesso si sono allineati alla versione demagogica e convenzionale proposta dai potenti. Le comunità cattoliche hanno quindi creduto di collaborare al bene comune, ma hanno invece collaborato a sostenere interessi di parte.

A questo dovere di conoscenza, la Dottrina sociale della Chiesa avrebbe aggiunto i criteri per superare l’emergenza e programmare la ripresa. Durante l’epidemia si sono rafforzate le tendenze accentratrici, tese a ricollocare lo Stato al centro dei processi. La sanità – si sostiene – dovrebbe essere accentrata nello Stato, gli aiuti economici per la ripresa dovrebbero essere elargiti dallo Stato, la Scuola dovrebbe essere disciplinata in toto dallo Stato, l’imposizione fiscale dovrebbe aumentare per far fronte alle nuove necessità e così via. Questo accentramento neo-statalistico presente in molte nazioni è contrario alle indicazioni della Dottrina sociale della Chiesa. Il principio di sussidiarietà, correttamente inteso, dovrebbe guidare la valutazione della pandemia e la ripresa, ed invece ampi settori della Chiesa spingono per un nuovo statalismo[4].

Un altro errore di impostazione che non tiene conto della Dottrina sociale della Chiesa è puntare acriticamente su un nuovo globalismo. L’esempio dell’Italia può essere istruttivo. In questo Paese, dopo un lungo lockdown che ha messo in gravi difficoltà l’economia nazionale, emersero due vie possibile per il reperimento delle ingenti risorse finanziarie necessarie per la ripresa. La prima via consisteva in un prestito nazionale, con una emissione speciale di titoli di Stato che, pure ad un tasso basso, gli italiani avrebbero certamente acquistato. Questa strada avrebbe permesso di “farcela da soli” e si sarebbe trattato di una intelligente applicazione del principio di sussidiarietà. La seconda strada consisteva invece nell’attingere dall’Unione Europea finanziamenti e prestiti. Questa strada, oltre a richiedere tempi più lunghi della precedente, comportava una ulteriore cessione di sovranità nazionale all’Unione Europea. Infatti la Commissione europea avrebbe preteso un ruolo di controllo sulle decisioni di spesa dell’Italia e, più in generale, sulle politiche economiche e fiscali. L’Europa avrebbe preteso cambiamenti strutturali di tipo neocapitalistico. La scelta poneva davanti ad una secca alternativa: puntare sulla nazione o puntare su una realtà sovranazionale. La Chiesa avrebbe potuto rammentare l’esistenza del principio di sussidiarietà, che invece non è mai stato utilizzato durante l’epidemia da parte delle istituzioni ecclesiastiche.

Si può dire, anzi, che la Chiesa abbia spinto non solo per una collaborazione internazionale, ovviamente auspicabile, ma anche perché dalla pandemia possa nascere un “nuovo ordine mondiale”. Questo però sembra non tenere conto di come anche altri discutibili soggetti globali abbiano lo stesso obiettivo e molti centri di potere vogliano approfittare della situazione per imprimere una accelerazione alla cosiddetta “società aperta” globale. Anche su questo tema la Chiesa sembra non considerare adeguatamente il pericolo di una “dittatura sanitaria” globale. La critica vaticana riguarda molto più i sovranismi nazionali che non i globalismi ideologici e spesso vengono proposte forme di collaborazione internazionale e di educazione alla mondialità che vanno nella stessa direzione uniformante delle agenzie dell’ONU, delle istituzioni dell’Unione Europea e delle grandi Fondazioni internazionali.

Un altro ambito di assenza della Dottrina sociale della Chiesa è quello dell’ambientalismo e del naturalismo[5]. Il collegamento frequente tra pandemia da Covid-19 e cura della “casa comune”, ormai proposto per inerte abitudine,[6] è difficilmente sostenibile. Nel campo delle problematiche ambientali emerge una disattenzione per la conoscenza della vera realtà delle cose che abbiamo già evidenziato per il virus. L’emissione antropica di CO2 non ha nessun effetto sul riscaldamento globale eppure la Chiesa sembra aver sposato la causa di un ambientalismo ideologico oggi molto diffuso. Con l’occasione essa dimentica sia le originarie finalità eugenetiche di tale ambientalismo, come pure la speculazione economica e finanziaria che vi sta dietro. Non è questo il luogo per analizzare le caratteristiche del nuovo ambientalismo vaticano, basti osservare che esso non tiene conto dei principi della Dottrina sociale della Chiesa e assume, facendola propria anche in documenti ufficiali del magistero, una ipotesi – quella del riscaldamento globale antropico – che è scientificamente controversa e presenta chiari caratteri ideologici.

Vorrei toccare infine un ulteriore tema su cui la Chiesa non ha utilizzato in questi tempi di pandemia la sua Dottrina sociale. Mi riferisco alla scuola e all’educazione. In molti Paesi le scuole pubbliche sono state chiuse per disposizione governativa e sono stati predisposti dei sussidi per i genitori (soprattutto le mamme) che non hanno potuto recarsi al lavoro appunto per accudire ai bambini. La ripresa della scuola per il nuovo anno scolastico è incerta e le (eccessive) restrizioni per (presunti) motivi sanitari rendono molto difficoltosa la vita scolastica, sottoponendola a misure cervellotiche pensate con mentalità burocratica. La Chiesa su questo argomento non ha detto nulla. Non ha preso l’occasione per invitare a ripensare la relazione famiglia-lavoro soprattutto per le donne, né ha proposto di vitalizzare la scuola parentale. Infatti, durante la pandemia e nell’incertezza della ripresa delle lezioni in aula, molte famiglie si erano organizzate in questo senso e avrebbero potuto continuare anche con il nuovo anno scolastico se fosse stata approvata una riforma della scuola che lo avesse permesso. La nazionalizzazione dell’educazione e la priorità dello Stato sui genitori nell’educare i figli sono contrari alla Dottrina sociale della Chiesa, mentre si vuole approfittare della situazione di (presunta) emergenza sanitaria per disciplinare più minuziosamente e accentrare ancora più decisamente la scuola.

Sul piano strettamente politico, la situazione di pandemia ha portato alla luce alcune caratteristiche della concezione moderna del potere in contrasto con la visione della Dottrina sociale della Chiesa. Se assumiamo la visione di Carl Schmitt secondo cui il potere consiste nel decidere dello “stato di eccezione”, a partire proprio dallo stabilire cosa sia e se ci sia la situazione di eccezione, il potere assume un carattere di assolutezza sovrana, in cui è riconoscibile la secolarizzazione del concetto di Dio. Esso non ha bisogno di legittimazione. Sappiamo che Schmitt sostiene questo con tristezza, infatti la considera una concezione che nasce dalla disperazione dei filosofi moderni, come Bodin e Hobbes. Una situazione di emergenza sanitaria come quella del Covid-19 può essere valutata dal potere come lo “stato di eccezione” che lo investe di una autorità assoluta. Così è ampiamente avvenuto in questi ultimi mesi, anche in Paesi, come Francia o Italia, che vantano la loro costituzione democratica. Con la scusa della situazione di eccezione il potere esecutivo ha assunto un ruolo, talvolta indebito, di primo piano su quello legislativo e sono stati annullati per via amministrativa alcuni principi costituzionali, ci si è fondati su pareri di comitati di “esperti” per interventi contrari alla libertà di movimento o al diritto alla proprietà privata. Lo stato di  eccezione ha spinto il potere a decidere non nel quadro del bene comune, ma in modo arbitrario.

Il problema principale è che il potere tende a rendere perenne lo stato di eccezione[7], mantenendo viva in modo artificiale la situazione di pandemia, o alimentando un panico generale. In questo caso avviene un cambiamento di regime senza che la cosa venga dichiarata. Naturalmente perché questo capiti non è sufficiente il potere politico, ma servono molti complici: giudici, maggioranze parlamentari, mass media, autorità amministrative locali …).

Anche la Chiesa cattolica può aver svolto un simile ruolo, non adoperando i principi della sua Dottrina sociale per avvertire del cambiamento in atto. Uno dei punti più delicati è che il potere, nello stato di eccezione, decide quali sono le attività sociali essenziali e quelle non essenziali[8], permettendo le prime e vietando le seconde. Ciò è stato fatto, come si è già ricordato sopra, per le attività della stessa Chiesa e, senza che essa dicesse alcunché, talune sue attività liturgiche sono state definite dal potere politico come non essenziali. Anche le manifestazioni di protesta nelle piazze contro le decisioni del governo sono state definite come non essenziali, evidenziando in questo modo il potenziale carattere autoritario del regime incipiente.

Un interessante aspetto di questa sovrana arbitrarietà è la vasta gamma di disposizioni illogiche ed assurde che sono state emanate dal potere esecutivo. Per esempio un limite molto basso di possibili partecipanti alla Messa uguale per tutte le chiese, mentre alcune cattedrali potevano contenere un numero molto maggiore di fedeli. L’assurdità di molte disposizioni sono indicative di un potere assoluto e arbitrario che pretende di giustificare i propri atti solo assumendoli di fatto. L’effettualità come legittimazione del potere è caratteristica della visione moderna del potere, quella che risale al convenzionalismo di Hobbes, Locke e Rousseau.  Diversa la visione del potere politico della Dottrina sociale della Chiesa. Esso è potere quando pretende di legittimarsi autonomamente mediante la propria effettualità, mentre si chiama autorità quando viene legittimato dal bene comune. Per la Chiesa cattolica si sarebbe trattato di una valida occasione per ribadire la propria concezione dell’autorità politica che è in fondo legittimata dal bene comune. Siccome però il bene comune non fonda se stesso in assenza di un Assoluto trascendente come Fine Ultimo, sarebbe stata anche l’occasione per ribadire la verticalità del bene comune, ossia la necessaria presenza in esso di Dio.

Segnalo infine un tema più specifico ma di notevole interesse. In risposta alle necessità economiche indotte dalla pandemia, molti Paesi hanno istituito forme di retribuzione universale o reddito di emergenza per le fasce più deboli della popolazione. Lo stesso papa Francesco si è fatto promotore di una simile iniziativa nella Lettera ai Movimenti popolari del giorno di Pasqua 2000[9]. La richiesta viene solitamente fondata sul principio della Destinazione universale dei beni. Ma non si tiene conto che, per la Dottrina sociale della Chiesa, il modo per realizzare la destinazione universale dei beni è la diffusione della proprietà privata a sfondo familiare. La proposta esula da questa visuale, perché mantiene nei confronti della proprietà privata un’obiezione aprioristica e assoluta. Va invece distinta la proprietà eccessivamente accentrata dalla proprietà diffusa, e fin dalla Rerum novarum la Chiesa ha sempre indicato quest’ultima strada come la migliore. Non è bene che il povero riceva un sussidio da un grande Welfare State globale, senza invece ricevere un aiuto a lavorare e a conseguire una sua proprietà come consolidamento del suo lavoro e sostegno per il futuro della famiglia.

In questo momento non è il caso di aumentare la presenza fiscale ma semmai di ridurla, non è il caso di creare forti poteri globali capaci di imporre nuove tasse che comporterebbero una forma di “privatizzazione collettiva” dei cosiddetti beni comuni; va ricordato che il bene comune non significa il possesso in comune dei beni perché si creerebbero forme diseconomiche di collettivismo. Inoltre va maneggiata con molta cautela la leva del sussidio, che spesso sostituisce il lavoro come l’attività umana naturalmente connessa con la famiglia e la proprietà.


[1] Cfr., Abbé R. Weimann, La chant du cygne de la théologie moderne, “Liberté Politique” cit., p. 27-38.

[2] Cfr. G. Crepaldi e S. Fontana, La dimensione interdisciplinare della Dottrina sociale della Chiesa. Uno studio sul magistero, Cantagalli, Siena 2006.

[3] L’aumento dei positivi al virus può dipendere dall’aumento dei tamponi effettuati e dai luoghi sociali in cui si effettuano, il dato quindi non è assoluto e neutro ma dipende dalle decisioni di politica sanitaria e può essere orientato in modo diverso per influenzare l’opinione pubblica.

[4] J. Smits, Confinement et socialisme, “Libertà Politique” cit., pp. 13-26. Molto eloquente il caso dell’Argentina.

[5] Cfr. Osservatorio Cardinale Van Thuân, Ambientalismo e globalismo, nuove ideologie politiche, XII Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, Cantagalli, Siena 2020.

[6] A titolo di esempio si veda la recente Dichiarazione congiunta del Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente del CCEE, e del Rev. Christian Krieger, Presidente della CEC per la celebrazione del 1° settembre 2020 al 4 ottobre del Tempo del Creato e del 1° settembre come Giorno del Creato: «Quest’anno, la pandemia COVID-19 ha rivelato quanto sia profondamente interconnesso il mondo. Ci siamo resi conto più che mai che non siamo isolati gli uni dagli altri e che le condizioni per la salute e il benessere umano sono fragili. Gli impatti della pandemia ci costringono a prendere sul serio la necessità di una vigilanza e di condizioni di vita sostenibile in tutta la terra. Questo è ancora più importante se si considera la devastazione ambientale e la minaccia del cambiamento climatico».

[7] Cfr. B. Dumont, Rien ne sera plus comme avant?, “Catholica”,  n. 148, Été 2020, pp.5-6.

[8] Cfr., A. A. de la Ferrière, Religione et sécularisme  au temps du coronavirus, Press Universitaire de Gernoble, mai 2020, in particolare p. 8.

[9] Cfr., G. Giraud, Una  retribuzione universale . Un urgente discernimento collettivo, “La Civiltà Cattolica”, n. 4079, 6/20 giugno 2020, pp. 429-442.