Brevi considerazioni teologiche

 

di Stefano Fontana (terza parte)

Sembra evidente che il periodo del lockdown per Coronavirus ha rappresentato un forte processo di secolarizzazione della Chiesa e della religione. Il momento della chiusura delle chiese e la sospensione delle Sante Messe coram populo è stato il più drammatico, assieme alla sospensione delle manifestazioni della pietà popolare che di solito si tengono in maggio e giugno. La partecipazione alla Santa Messa via internet non ha supplito la carenza in quanto ha privatizzato una realtà pubblica e comunitaria e ha eliminato Dio dalla pubblica piazza, relegandolo nei salotti di casa. L’immagine di piazza San Pietro vuota nella serata del Venerdì Santo ha rappresentato emblematicamente questo esilio di Dio.

In molte nazioni è anche avvenuto che la Chiesa cattolica sia entrata ancor di più dentro le funzioni dello Stato, accettandosi come un attore della società civile accanto a tanti altri nei cui confronti lo Stato ha una facoltà amministrativa diretta. In molti Paesi europei ciò si è aggiunto alle altre norme di dipendenza della Chiesa dallo Stato, come il sistema del finanziamento pubblico, il sistema paritario della scuola pubblica, il rinvio immediato alla magistratura ordinaria per i casi di abuso sessuale, la dipendenza delle strutture di solidarietà della Chiesa dalle convenzioni con gli enti pubblici, specialmente nel campo dell’accoglienza degli immigrati. Si è configurata così una “Chiesa di Stato” e molti vescovi e sacerdoti hanno avuto l’impressione di essere tornati al 1791, quando l’Assemblea nazionale costituente emanò la Costituzione Civile del Clero. Infatti, fatte le debite proporzioni, anche oggi ci sono stati sacerdoti colpiti dalle sanzioni per non aver obbedito, preti refrattari che non hanno accettato le disposizioni governative e rischiose celebrazioni clandestine delle sante Messe.

Però ciò che più di ogni altra cosa ha dato la netta impressione di un “Dio inutile” sparito dallo spazio pubblico è stata la predicazione. La predicazione, soprattutto omiletica, ha presentato l’epidemia quasi esclusivamente come un appello alla solidarietà reciproca e l’esecuzione puntuale delle disposizioni governative come il modo di essere veri cristiani e di esercitare la carità. In passato, davanti al pericolo e alla morte, la Chiesa aveva sempre invitato ad alzare lo sguardo al Cielo, a fare un esame di coscienza, a chiedersi quale sia la volontà di Dio e cosa Egli ci voglia dire ponendoci davanti a simili difficoltà. La Chiesa invitava a ravvedersi, ad esaminale la propria vita rispetto ai disegni di Dio, a convertirsi, a fare ammenda del male commesso e a purificarsi. La predicazione in epoca di Coronavirus ha eliminato dal proprio repertorio la visione dell’epidemia come ammonimento divino e come invito alla conversione, ammettendo al massimo l’invito alla conversione ecologica nel rispetto della “casa comune” o la conversione ad una fratellanza universale non meglio identificata.

Un cambiamento così evidente non può essere nato all’improvviso. Ed infatti è facile constatare che in questa visione orizzontale e non più verticale della pandemia, in questa concezione umana e non divina, sanitaria e non spirituale della sfida in atto, si notano i lasciti della teologia contemporanea, soprattutto della “svolta antropologica” di Karl Rahner[1] che, sinteticamente e sistematicamente, la riassume tutta.

Secondo la nuova teologia, chiedere a Dio di liberarci dalla pestilenza avrebbe significato credere ancora che esistano altri mondi paralleli a questo, mentre invece non c’è che la storia. Avrebbe significato pensare a Dio che interviene nel mondo allo stesso modo di qualsiasi altra causa naturale, e così lo si sarebbe concepito come una cosa. Avrebbe voluto dire di intendere Dio in senso predicamentale, inserendolo in una categoria mondana mentre è l’orizzonte trascendentale (nel senso moderno del termine) che rende possibile la conoscenza delle categorie mondane senza farne parte. Dio, sostiene Rahner sviluppando impropriamente San Tommaso, non agisce mai senza le cause seconde. Anche nella situazione da Covid-19 Dio agisce solo mediante l’uomo, lo si incontra solo nell’uomo, fuori dell’uomo Egli è il Silenzio, i diritti di Dio sono i diritti dell’uomo. Per questo la Chiesa che cessa di essere Chiesa, chiudendo addirittura le chiese e cessando di celebrare la Lode a Dio in comunione con la Chiesa trionfante e purgante, è la realizzazione piena del cristianesimo, la religione di un Dio che sulla Croce svuota se stesso. Molti hanno vissuto con rammarico e dolore questa fase del “Dio in esilio”, ma molti altri cattolici e soprattutto molti teologi d’avanguardia, l’hanno vissuta come la realizzazione del dover-essere della Chiesa e della religione cattolica. L’epidemia avrebbe obbligato la Chiesa ad essere veramente se stessa, a spogliarsi della retorica liturgica e della convinzione metafisica di mondi altri rispetto a questo, accettando che Dio si auto-comunica nella storia senza residui.

Il mondo profano è il mondo che sta davanti alla Chiesa, davanti al sacro. Una volta chiuse le chiese tutto il mondo è diventato profano. Durante il lockdown la profanità del mondo si è veramente estesa a tutto il mondo, relegando la sacralità nel privato e nel sentimento. La teologia contemporanea ritiene che questo voglia il vero cristianesimo: l’accettazione piena della mondanità del mondo, della sua maturità, della sua età adulta, senza più il bisogno di essere guidato dalla Chiesa, la quale non ha una primogenitura circa la salvezza, dato che la grazia di Dio è da sempre presente nell’umanità redenta e la storia della salvezza cominciò ben prima che Abramo fosse. Da questo punto di vista la piazza San Pietro vuota con il Pontefice solitario rappresenta non una situazione di angoscia e di abbandono, ma la natura vera della situazione del cristiano nel mondo. Che i sacerdoti non siano più i sacerdoti ma siano gli scienziati, i medici, gli infermieri, i volontari della protezione civile e che le omelie invitino ad aggiungersi a loro in questo slancio di umana, tutta umana, solidarietà, è cosa ovvia per il cristiano e solo le illusioni del passato hanno permesso di pensare ancora ai miracoli, alla conversione spirituale, alla fuga dal peccato, a incrementare il rapporto con Dio e  non solo con l’uomo.

Il “Dio inutile” e la “religione inutile” messe in luce dall’epidemia fanno quindi sì che la Chiesa si faccia mondo. Se Dio non parla dandoci informazioni su di lui e su di noi né fornendoci prescrizioni di comportamento, perché in questo caso sarebbe un ente del piano predicamentale, il mondo e la storia sono sempre un passo più avanti della Chiesa, che risulta sempre in ritardo. Essa è costretta sempre a mettersi al passo con i tempi, se nei tempi profanamente intesi è Dio stesso che si auto-comunica. Se Dio parla tramite eventi storici e i suoi profeti sono gli uomini e le donne che fanno la storia dell’umanità, la prima a parlare è la storia e la interpretazione dei “segni dei tempi” viene sempre dopo il verificarsi dei tempi. La predicazione della Chiesa in tempi di pandemia non può quindi dare indicazioni, proporre scenari futuri, illuminare con la luce della dottrina la prassi di domani. Sarà dalla prassi di domani, dagli eventi futuri, che nascerà la nuova consapevolezza, la nuova dottrina, che però sarà ancora in ritardo rispetto agli sviluppi successivi.

La Chiesa del coronavirus è quindi una Chiesa pastoralista e prassista, una Chiesa muta e remissiva, che impara anziché insegnare, che segue anziché guidare e orientare, che si adegua alle disposizioni governative senza la minima critica, pensando così di fare la volontà di Dio che si manifesta nella volontà degli uomini. Una Chiesa progressista diventa per questo motivo una Chiesa conservatrice di tutto quello che accade, perché quello che accade precede come segno dei tempi la sua dottrina, che è sempre in ritardo sui tempi. Possiamo allora spiegare – senza minimamente condividere – i motivi teologici di quanto è accaduto durante il lockdown e questo periodo di disagio sanitario, compreso il motivo di fondo per cui la Dottrina sociale della Chiesa è stata messa completamente da parte. Ammesso e non concesso che “il mondo sia diventato completamente mondano” Dio diventa inutile.


[1] Cfr., La nuova Chiesa di Karl Rahner, Fede & Cultura, Verona 2017.

 
 

di Stefano Fontana (terza parte)

Sembra evidente che il periodo del lockdown per Coronavirus ha rappresentato un forte processo di secolarizzazione della Chiesa e della religione. Il momento della chiusura delle chiese e la sospensione delle Sante Messe coram populo è stato il più drammatico, assieme alla sospensione delle manifestazioni della pietà popolare che di solito si tengono in maggio e giugno. La partecipazione alla Santa Messa via internet non ha supplito la carenza in quanto ha privatizzato una realtà pubblica e comunitaria e ha eliminato Dio dalla pubblica piazza, relegandolo nei salotti di casa. L’immagine di piazza San Pietro vuota nella serata del Venerdì Santo ha rappresentato emblematicamente questo esilio di Dio.

In molte nazioni è anche avvenuto che la Chiesa cattolica sia entrata ancor di più dentro le funzioni dello Stato, accettandosi come un attore della società civile accanto a tanti altri nei cui confronti lo Stato ha una facoltà amministrativa diretta. In molti Paesi europei ciò si è aggiunto alle altre norme di dipendenza della Chiesa dallo Stato, come il sistema del finanziamento pubblico, il sistema paritario della scuola pubblica, il rinvio immediato alla magistratura ordinaria per i casi di abuso sessuale, la dipendenza delle strutture di solidarietà della Chiesa dalle convenzioni con gli enti pubblici, specialmente nel campo dell’accoglienza degli immigrati. Si è configurata così una “Chiesa di Stato” e molti vescovi e sacerdoti hanno avuto l’impressione di essere tornati al 1791, quando l’Assemblea nazionale costituente emanò la Costituzione Civile del Clero. Infatti, fatte le debite proporzioni, anche oggi ci sono stati sacerdoti colpiti dalle sanzioni per non aver obbedito, preti refrattari che non hanno accettato le disposizioni governative e rischiose celebrazioni clandestine delle sante Messe.

Però ciò che più di ogni altra cosa ha dato la netta impressione di un “Dio inutile” sparito dallo spazio pubblico è stata la predicazione. La predicazione, soprattutto omiletica, ha presentato l’epidemia quasi esclusivamente come un appello alla solidarietà reciproca e l’esecuzione puntuale delle disposizioni governative come il modo di essere veri cristiani e di esercitare la carità. In passato, davanti al pericolo e alla morte, la Chiesa aveva sempre invitato ad alzare lo sguardo al Cielo, a fare un esame di coscienza, a chiedersi quale sia la volontà di Dio e cosa Egli ci voglia dire ponendoci davanti a simili difficoltà. La Chiesa invitava a ravvedersi, ad esaminale la propria vita rispetto ai disegni di Dio, a convertirsi, a fare ammenda del male commesso e a purificarsi. La predicazione in epoca di Coronavirus ha eliminato dal proprio repertorio la visione dell’epidemia come ammonimento divino e come invito alla conversione, ammettendo al massimo l’invito alla conversione ecologica nel rispetto della “casa comune” o la conversione ad una fratellanza universale non meglio identificata.

Un cambiamento così evidente non può essere nato all’improvviso. Ed infatti è facile constatare che in questa visione orizzontale e non più verticale della pandemia, in questa concezione umana e non divina, sanitaria e non spirituale della sfida in atto, si notano i lasciti della teologia contemporanea, soprattutto della “svolta antropologica” di Karl Rahner[1] che, sinteticamente e sistematicamente, la riassume tutta.

Secondo la nuova teologia, chiedere a Dio di liberarci dalla pestilenza avrebbe significato credere ancora che esistano altri mondi paralleli a questo, mentre invece non c’è che la storia. Avrebbe significato pensare a Dio che interviene nel mondo allo stesso modo di qualsiasi altra causa naturale, e così lo si sarebbe concepito come una cosa. Avrebbe voluto dire di intendere Dio in senso predicamentale, inserendolo in una categoria mondana mentre è l’orizzonte trascendentale (nel senso moderno del termine) che rende possibile la conoscenza delle categorie mondane senza farne parte. Dio, sostiene Rahner sviluppando impropriamente San Tommaso, non agisce mai senza le cause seconde. Anche nella situazione da Covid-19 Dio agisce solo mediante l’uomo, lo si incontra solo nell’uomo, fuori dell’uomo Egli è il Silenzio, i diritti di Dio sono i diritti dell’uomo. Per questo la Chiesa che cessa di essere Chiesa, chiudendo addirittura le chiese e cessando di celebrare la Lode a Dio in comunione con la Chiesa trionfante e purgante, è la realizzazione piena del cristianesimo, la religione di un Dio che sulla Croce svuota se stesso. Molti hanno vissuto con rammarico e dolore questa fase del “Dio in esilio”, ma molti altri cattolici e soprattutto molti teologi d’avanguardia, l’hanno vissuta come la realizzazione del dover-essere della Chiesa e della religione cattolica. L’epidemia avrebbe obbligato la Chiesa ad essere veramente se stessa, a spogliarsi della retorica liturgica e della convinzione metafisica di mondi altri rispetto a questo, accettando che Dio si auto-comunica nella storia senza residui.

Il mondo profano è il mondo che sta davanti alla Chiesa, davanti al sacro. Una volta chiuse le chiese tutto il mondo è diventato profano. Durante il lockdown la profanità del mondo si è veramente estesa a tutto il mondo, relegando la sacralità nel privato e nel sentimento. La teologia contemporanea ritiene che questo voglia il vero cristianesimo: l’accettazione piena della mondanità del mondo, della sua maturità, della sua età adulta, senza più il bisogno di essere guidato dalla Chiesa, la quale non ha una primogenitura circa la salvezza, dato che la grazia di Dio è da sempre presente nell’umanità redenta e la storia della salvezza cominciò ben prima che Abramo fosse. Da questo punto di vista la piazza San Pietro vuota con il Pontefice solitario rappresenta non una situazione di angoscia e di abbandono, ma la natura vera della situazione del cristiano nel mondo. Che i sacerdoti non siano più i sacerdoti ma siano gli scienziati, i medici, gli infermieri, i volontari della protezione civile e che le omelie invitino ad aggiungersi a loro in questo slancio di umana, tutta umana, solidarietà, è cosa ovvia per il cristiano e solo le illusioni del passato hanno permesso di pensare ancora ai miracoli, alla conversione spirituale, alla fuga dal peccato, a incrementare il rapporto con Dio e  non solo con l’uomo.

Il “Dio inutile” e la “religione inutile” messe in luce dall’epidemia fanno quindi sì che la Chiesa si faccia mondo. Se Dio non parla dandoci informazioni su di lui e su di noi né fornendoci prescrizioni di comportamento, perché in questo caso sarebbe un ente del piano predicamentale, il mondo e la storia sono sempre un passo più avanti della Chiesa, che risulta sempre in ritardo. Essa è costretta sempre a mettersi al passo con i tempi, se nei tempi profanamente intesi è Dio stesso che si auto-comunica. Se Dio parla tramite eventi storici e i suoi profeti sono gli uomini e le donne che fanno la storia dell’umanità, la prima a parlare è la storia e la interpretazione dei “segni dei tempi” viene sempre dopo il verificarsi dei tempi. La predicazione della Chiesa in tempi di pandemia non può quindi dare indicazioni, proporre scenari futuri, illuminare con la luce della dottrina la prassi di domani. Sarà dalla prassi di domani, dagli eventi futuri, che nascerà la nuova consapevolezza, la nuova dottrina, che però sarà ancora in ritardo rispetto agli sviluppi successivi.

La Chiesa del coronavirus è quindi una Chiesa pastoralista e prassista, una Chiesa muta e remissiva, che impara anziché insegnare, che segue anziché guidare e orientare, che si adegua alle disposizioni governative senza la minima critica, pensando così di fare la volontà di Dio che si manifesta nella volontà degli uomini. Una Chiesa progressista diventa per questo motivo una Chiesa conservatrice di tutto quello che accade, perché quello che accade precede come segno dei tempi la sua dottrina, che è sempre in ritardo sui tempi. Possiamo allora spiegare – senza minimamente condividere – i motivi teologici di quanto è accaduto durante il lockdown e questo periodo di disagio sanitario, compreso il motivo di fondo per cui la Dottrina sociale della Chiesa è stata messa completamente da parte. Ammesso e non concesso che “il mondo sia diventato completamente mondano” Dio diventa inutile.


[1] Cfr., La nuova Chiesa di Karl Rahner, Fede & Cultura, Verona 2017.